Storie di violenza subita: oltre i dati spazio al vissuto, incontro all’Università Cattolica. La docente Elisabetta Musi: “Bisogna parlarne di più nelle scuole e nei posti informali, spesso la formazione sulla sessualità arriva da siti non adatti”.
Accostare la violenza tra i generi prestando ascolto alle storie di chi l’ha subita, oppure di chi l’ha agita e ora deve farci i conti ogni giorno: per le ferite che ha lasciato, per la rabbia che continuamente si rinnova, per la paura che non si placa, per il rimorso che non cancella l’offesa. Queste le riflessioni al centro dell’incontro dal titolo I am a book of human stories. Storie di donne, violenza, giustizia e di perdono”, che si è tenuto in Università Cattolica e a cui hanno partecipato, oltre agli studenti e alle studentesse di Scienze della formazione, anche due classi del Liceo Paritario “Marconi” di Piacenza. A sostenere il confronto con ragazzi e ragazze la psicologa e psicoterapeuta Simona Tosi, volontaria del Centro Antiviolenza “La città delle donne” di Piacenza, Elena Di Blasio, vicepresidente del CIPM Emilia Impresa Sociale e Don Luca Ferrari, docente di Teologia e assistente pastorale dell’Università Cattolica di Piacenza.
Parlare di violenza attraverso dati e statistiche o richiamando i delitti più efferati che hanno occupato i giornali per mesi può portare a desensibilizzarsi, ad avvertire il fenomeno come qualcosa di molto lontano. Mentre affrontarla attraverso le storie di vita di cui i relatori hanno proposto, pur nell’anonimato, la testimonianza, aiuta a riflettere sul passaggio da una relazione sentimentale ad un legame tossico. Ovvero a constatare che la degenerazione di una storia d’amore ha spesso un’incubazione lunga e una progressiva distorsione di ciò che è giusto o sbagliato, lecito o illecito.
Diamo poco spazio a questi temi che sono cruciali della crescita, formazione, relazione con se stessi e con gli altri. Spesso i giovani mi dicono, durante gli incontri, che la formazione sulla sessualità avviene con la frequentazione di siti pornografici. Questo non è esattamente il miglior approccio ad una relazione che ha degli aspetti di intimità e sessualità, ma che non dovrebbe essere disgiunta da coinvolgimento sentimentale. Purtroppo di questo non se ne parla. Non si affronta il tema nelle scuole e in luoghi più informali, quindi i giovani hanno dei modelli attenti, ad esempio, al rispetto.
Hanno tante preoccupazioni nella relazione con l’altro. Hanno paura di non costruire una relazione autentica, di cadere vittima di un raggiro, di un simulacro di comunicazione e relazione. Quindi c’è paura della solitudine e della manipolazione. Credo sia una delle paure, non è l’unica, come ad esempio le relazioni che loro chiamano tossiche. Purtroppo i giovani fanno fatica a esprimere le loro debolezze e fragilità, in questo presente purtroppo sembrano cose bandite.
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